14 ottobre

13.7.15

Proposta di Legge regionale sui corsi d'acqua: vecchia e inadeguata


Domani, martedì 14 luglio approda in Consiglio regionale il progetto di legge “Norme in materia di gestione dei corsi d’acqua”.
La proposta di legge, d’iniziativa consiliare, ha come finalità quella di “assicurare la realizzazione delle opere di manutenzione straordinaria e ordinaria necessarie per la prevenzione e la messa in sicurezza della regione fluviale rispetto al rischio idrogeologico e agli squilibri fisico-ambientali” (art. 1).
Finalità nobili che però nel concreto degli articoli di legge si traducono in una licenza di continuare a tagliare la vegetazione spondale e scavare negli alvei dei fiumi.
Con lo scopo di mettere in sicurezza fiumi e torrenti la proposta di legge finisce per favorire nuovi interventi di taglio della vegetazione spondale ed escavazioni in alveo, consentendo ai privati che li faranno di rivendersi il materiale che ricaveranno da tali interventi. E questo, oltretutto, senza avere una stretta e regolamentata pianificazione di partenza che tenga conto degli aspetti naturalistici dei corsi d’acqua che, quando vengono ignorati, finiscono per determinare maggiori danni di quelli ai quali si vorrebbe trovare riparo.
Il problema dei fiumi abruzzesi, e più in generale dei fiumi italiani, è che sono stati deviati, irreggimentati, intubati, prosciugati, privati della naturale vegetazione spondale e depauperati del materiale che ne dovrebbe caratterizzare il fondo. A questo si aggiunga che è stato consentito negli anni di costruire lungo i corsi d’acqua e nelle loro aree di espansione, mettendo così in uno stato di potenziale pericolo milioni di italiani.
Tutto questo ha contribuito a creare nel nostro Paese un dissesto idrogeologico che dal 1944 al 2012 ha causato danni stimati in 61,5 miliardi di euro e che dal 2002 al 2014 ha provocato oltre 300 morti! È stato calcolato che, secondo la stima dei Piani di Assetto Idrogeologico, se si volesse mettere in sicurezza il suolo italiano dal rischio idrogeologico servirebbero oggi oltre 40 miliardi di euro! Cifra impossibile anche solo da pianificare. Cifra enorme anche perché quando si interviene in Italia non lo si fa quasi mai in opere di prevenzione (dal 2002 al 2012 sono stati destinati alla prevenzione solo 2 miliardi di euro), ma sempre in stato di emergenza per riparare ai danni.
La proposta di legge che verrà esaminata domani mantiene una visione esclusivamente ingegneristica dei corsi d’acqua. Ed è esattamente quella visione che ha portato al disastro appena descritto.
Fiumi e torrenti non vengono visti per quello che sono, ecosistemi regolati da leggi naturali, ma elementi su cui intervenire, modificandoli e adattandoli a qualsiasi esigenza antropica.
La proposta di legge non si basa, come avrebbe dovuto, sulle più recenti direttive europee in materia di “Habitat naturali”, “Acque” e “Alluvioni” e sui loro recepimenti nella normativa italiana, ma sul Regio Decreto del 1904 che ha favorito un approccio “infrastrutturale” e idraulico alla gestione degli ecosistemi fluviali. Il fiume, infatti, è stato considerato alla stregua di una via d’acqua da contenere e da sfruttare. Nell’Italia del 1904 questo approccio, seppure sbagliato, poteva anche avere un senso: erano altri tempi e c’era il bisogno di regolare le acque per meglio utilizzarle in agricoltura, per contenere i rischi e consentire l’espansione dei centri urbani: era una Italia con 30 milioni di abitanti ognuno dei quali consumava quotidianamente tra i 20 e i 30 litri di acqua, contro gli attuali 300. La situazione dell’Italia e dell’Abruzzo del 2015 è profondamente diversa! Oggi si deve arrivare ad una gestione integrata delle acque e del territorio, ribadita dalla Direttiva “Acque” 2000/60 che prevede il raggiungimento del “buono stato ecologico” per i nostri corpi idrici entro il 2015 (inutile dire quanto siamo lontani da questo risultato) e dalla Direttiva “Alluvioni” 2007/60 che prevede la definizione di Piani di gestione del rischio alluvioni sempre entro il 2015. Entrambe queste direttive sono basate sulla pianificazione di bacino idrografico e su competenze ampie ed interdisciplinari (non solo di ingegneria idraulica, ma anche di idrologia, geomorfologia, ecologia…). Entrambe queste direttive sono ignorate e i risultati si vedono anche in Abruzzo: fiumi inquinati, che a loro volta inquinano il mare, frane e danni milionari ad ogni pioggia!
È senz’altro necessario mettere in atto operazioni di manutenzione del territorio. Le Associazioni ambientaliste sono sempre state infatti disponibili, e continuano ad esserlo, al fine di trovare soluzioni che prevedano anche interventi di contenimento dei danni, ma non è certo insistendo sugli errori del passato che si potrà migliorare la situazione. Su questa stessa proposta di legge sono state prodotte osservazioni ma sostanzialmente non se ne è tenuto conto.
Tagliare la vegetazione spondale contribuisce a ridurre la capacità autodepurativa dei corsi d’acqua, creando le condizioni per una maggiore diffusione dell’inquinamento che determina poi un aumento del carico inquinante nel mare antistante le nostre coste come sta testimoniando anche questo inizio di stagione.
Asportare materiale solido dai corsi d’acqua determina un minor apporto alle foci con conseguente aumento dei fenomeni erosivi sulla costa, oltre ad accelerare la velocità dell’acqua che poi sfogherà tutta la sua forza non appena troverà uno dei tanti ostacoli che sono stati costruiti lungo i fiumi.
Procedere poi a “spot” senza una pianificazione di bacino non fa altro che risolvere il problema in un determinato luogo a danno dei luoghi appena più a valle.
Tutto ciò causa enormi danni ambientali che si tramutano in ulteriori danni economici per le tutte le attività imprenditoriali.
Se i consiglieri regionali non vogliono ascoltare le ragioni dell’ambiente, ascoltino almeno quelle dell’economia!
Le Associazioni ambientaliste sottolineano che molti tratti dei nostri fiumi sono inclusi nella rete di aree di grande valore naturalistico europeo e risultano quindi particolarmente tutelati ai sensi di specifiche direttive che anche l’Abruzzo deve rispettare, e, anche per questo, chiedono di sospendere la discussione su questa legge, riaprire il confronto con il mondo scientifico e arrivare in tempi brevi ad approvare un testo più utile a risolvere i problemi del dissesto idrogeologico abruzzese.