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18.10.14

Con lo Sblocca Italia, trivelle in vista

Pericolo trivelle, in Italia come in Abruzzo.
Il Governo Renzi, con le disposizioni contenute nell’art. 38 del decreto legge Sblocca Italia, favorisce la nuova colonizzazione del nostro territorio e dei nostri mari da parte dell’industria petrolifera, invece di difendere l’interesse pubblico ad uno sviluppo economico sostenibile. Vengono ampliate le servitù petrolifere in Basilicata a 3/4 del suo territorio, viene superato il divieto in Alto Adriatico, vengono favorite le attività nel canale di Sicilia, si mette a rischio anche il Nord Ovest della Sardegna.
WWF, Greenpeace e Legambiente reagiscono rilanciando, approfondendo le loro critiche al provvedimento e dando il via ad un Programma di iniziative nei punti caldi della Penisola, anche per la mobilitazione di massa di cittadini, categorie economico-sociali, rappresentanti degli enti locali e dei parlamentari. Il programma ha avuto il via il 12 ottobre a Licata (Agrigento) a bordo della “Rainbow Warrior” ed il 17 a Siracusa mentre altri appuntamenti sono previsti nei prossimi giorni il a Pescara, Bari, e Potenza.
Gli ambientalisti hanno aperto un confronto con i parlamentari delle Commissioni Ambiente e Attività produttive di Camera e Senato ed hanno presentato il loro Programma in occasione di una conferenza stampa svoltasi il 15 ottobre nella Sala Stampa di Montecitorio, introdotta dalle relazioni di Alessandro Giannì, direttore delle Campagne di Greenpeace Italia, Stefano Lenzi, responsabile dell’Ufficio relazioni istituzionali del WWF Italia, e Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente nazionale. All’incontro è intervenuto anche il costituzionalista Enzo Di Salvatore, esponente del movimento “No Triv”.
Le tre associazioni ambientaliste osservano che l’art. 38 del decreto legge n. 133/2014 è nel solco di una strategia del Ministero dello Sviluppo Economico che tende a favorire gli interessi dei petrolieri sin dal 2010, quando ci fu la modifica del Codice dell’Ambiente (con l’art. 2 del decreto legislativo 128/2010) sull'interdizione alle attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi liquidi in una fascia di 12 miglia dal perimetro esterno delle aree naturali protette marine e costiere, e cerca di scardinare qualsiasi norma prudenziale, prima con l’apertura delle attività nel Golfo di Taranto, già nel 2011, poi con la sanatoria delle “procedure in corso” al giugno 2010 seppur localizzate nelle aree interdette (contenuta nell’art. 35 del “decreto sviluppo” n. 83 del 2012), e ancora con l’individuazione di una nuova area di sfruttamento, grande quanto la Corsica, tra la Sardegna e le Baleari (con il Decreto Ministeriale del 9/8/2013). 
Ma il calcolo costi-benefici dell’impatto economico, sociale e ambientale di questo approccio è assolutamente perdente quando si pensi che l’inquinamento sistematico e il rischio di incidente mettono a rischio aree di pregio naturalistico e paesaggistico, dove si svolgono fiorenti attività economiche legate ai settori delle pesca e del turismo per cercare di estrarre petrolio di bassa qualità che potrebbe coprire, valutate le riserve certe a terra e a mare, il fabbisogno nazionale per appena 13 mesi. 
Gli ambientalisti hanno chiesto l’abrogazione dell’art. 38 dello Sblocca Italia e approfondiscono la loro critica, focalizzando la su alcuni aspetti del decreto.
Emarginazione delle Regioni e degli enti locali. Al contrario di quanto esplicitamente stabilito dalla giurisprudenza, in particolare dalla Sentenza della Corte Costituzionale n. 383/2005, si cerca di bypassare l’obbligo di “intese forti” con le Regioni, scippando oltretutto le procedure di Valutazioni di Impatto Ambientale (VIA) sulle attività a terra di loro competenza. Gli enti locali vengono totalmente ignorati, arretrando anche rispetto alle disposizioni dell’art. 35 del decreto legge 83/2012 che stabiliva comunque che fossero acquisito, in sede di VIA, il parere degli enti locali posti in un raggio di dodici miglia dalle aree protette marine e costiere. 
Tutto è “strategico”: mano libera ai privati. Nel decreto si stabilisce che indistintamente un’intera categoria di attività di prospezione, ricerca coltivazioni di idrocarburi e stoccaggio nel sottosuolo rientrano nelle procedure accelerate e semplificate derivanti dalla legge Obiettivo che consentono, contro ogni principio precauzionale, di dare la compatibilità ambientale in appena 60 giorni anche a progetti molto impattanti e tecnologicamente delicati. Ma la corsia preferenziale viene accordata normalmente solo alle opere individuate nel Programma delle infrastrutture strategiche, mentre la norma contenuta nello Sblocca Italia dà carta bianca a tutti gli appetiti dei privati senza alcuna indicazione di priorità. 
L’Alto Adriatico non è più offlimits. Pur di riprendere le attività di produzione interrotte nel 2002 per la delicatissima situazione geologica dell’Alto Adriatico vengono avviati forzosamente, con arroganza orwelliana, “progetti sperimentali di coltivazione”, sui cui il Ministero dello Sviluppo Economico vuole dire la sua, invece di concludere gli studi necessari per verificare il grave pericolo di subsidenza (nel litorale ravennate è stato registrato recentemente un abbassamento pari a 20 mm/anno) nel quadrante tra il parallelo che passa per la foce del fiume Tagliamento e per la foce del ramo di Goro del fiume Po. Studi che dovevano essere condotti sotto la regia del Ministero dell’Ambiente (secondo quanto stabilito dalla legge 179/2002 che dettava disposizioni in materia ambientale). Non solo, la norma è scritta così male che potrebbe anche favorire forzature in altre parti del Paese.