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5.7.13

Taranto è in Europa!


Incontriamo Enzo Di Salvatore, professore di Diritto costituzionale all'Università degli Studi di Teramo, tra i promotori del convegno "Taranto è in Europa! La sentenza della Corte Costituzionale sul decreto 'salva-ILVA' e la politica ambientale dell'Unione Europea" che si svolgerà a Teramo il prossimo 16 luglio.

Perché un convegno sull’ILVA a Teramo?
Il caso Ilva è diventato ormai un caso emblematico: una sorta di metafora dei tanti problemi che investono l’intera questione ambientale. Io e i miei colleghi abbiamo deciso di organizzare un Convegno sull’Ilva a Teramo per più motivi: perché lavorando qui è per noi più agevole muoverci dal punto di vista della logistica; perché Teramo è, per così dire, un luogo in cui è possibile discutere dell’Ilva in modo – per quanto possibile – distaccato, obiettivo; perché, in fondo, Teramo è facilmente raggiungibile da ogni parte d’Italia; e soprattutto perché è necessario portare il problema “Taranto” fuori da Taranto. Divulgarlo, porlo all’attenzione dell’opinione pubblica.
Le adesioni al Convegno sono state molte e credo ci sarà una nutrita partecipazione di studenti, cittadini, esperti, politici, movimenti e associazioni. Insomma, sarà l’occasione giusta per confrontarsi e per discutere dei problemi che a partire da Taranto toccano i destini dell’ambiente e della salute. Mi preme ringraziare per questo Europe Direct, nostro partner nell’organizzazione del Convegno, il WWF, Legambiente, il Coordinamento nazionale No Triv, il Comitato Abruzzese per la Difesa dei Beni Comuni e la Banca dell’Adriatico.

Il caso ILVA ci allontana dall’Europa?
Il titolo del Convegno – “Taranto è in Europa!” – vorrebbe suggerire che il caso Ilva, come dice lei, ci allontana sicuramente dall’Europa e, però, al tempo stesso che la questione tarantina è una questione sì pugliese, sì nazionale, ma anche europea. Il punto esclamativo, invece, sta ad esprimere una preoccupazione che, credo, sia dentro ciascuno di noi: che Taranto, alla lunga, possa essere lasciata sola.

Perché l’Italia presenta problemi ambientali così gravi? È dovuto ad una carenza legislativa o è più un fatto culturale?
Direi ad entrambe le cose. La normativa esistente è frammentaria e a volte lacunosa. Troppo spesso si interviene all’occorrenza, sporadicamente. E quando questo accade non sempre è per accordare all’ambiente una tutela maggiore. Prova ne è che il “decreto del fare”, approvato di recente dal Governo, stabilisce che, in ordine all’inquinamento delle acque sotterranee, chi inquina può anche … non pagare, qualora l’eliminazione della fonte di inquinamento non sia “economicamente sostenibile”. A tutto questo si aggiunga, poi, il “fatto culturale”. Qualche anno fa tenni una serie di lezioni in Sicilia a dipendenti della pubblica amministrazione. Le lezioni avevano ad oggetto i servizi pubblici locali in Francia, in Germania e in Inghilterra. Mi ritrovai a trattare della gestione dei rifiuti ad un’aula praticamente deserta. Erano tutti sul terrazzo dell’edificio che ci ospitava a parlare, scherzare, fumare. Irritato chiesi spiegazioni per quel comportamento e la risposta fu: “Professore, da noi non funziona così e non potrà mai funzionare così”.

Lei segue da sempre il tema della petrolizzazione dell’Abruzzo. Secondo lei, a che punto siamo? Si riuscirà a salvaguardare concretamente questo territorio?
Dal mio punto di vista siamo all’anno zero. Ma il tempo delle Regioni è ormai scaduto: la classe politica regionale non è stata in condizione di risolvere adeguatamente il problema e i margini di intervento – per una serie di ragioni – si sono ormai ristretti. A mio parere, la questione non può che essere posta ormai a livello nazionale. Per questo, il Coordinamento Nazionale No Triv ha inviato di recente una lettera a tutti i parlamentari chiedendo loro di intervenire sul decreto sviluppo, con cui si sono riattivati i procedimenti autorizzatori bloccati nel 2010. Contestualmente, inoltre, ha chiesto con forza una nuova legge sugli idrocarburi. SEL e il M5S hanno raccolto l’invito e al momento una Commissione di esperti sta lavorando per risolvere il problema.
Per quanto mi riguarda ho dato piena disponibilità a collaborare. Il mio impegno e quello dei colleghi è sicuramente incondizionato. Quello che, però, mi preoccupa è che il progetto non si trasformi in legge. Perché questo accada occorrerebbe un accordo politico tra le diverse forze presenti in Parlamento. E su questo non sono affatto fiducioso.

Quale può essere il ruolo del mondo accademico nella tutela ambientale?
Questo è un punto assai delicato. Una volta sentii affermare un collega che la scienza ha un compito etico da perseguire. Dissento completamente da questa affermazione. Etica e scienza non possono andare a braccetto. Ciò non vuol dire, però, che la scienza debba restare rinchiusa nel suo recinto, dentro le biblioteche e nelle stanze dell’Università. Credo che il miglior servigio che la scienza possa rendere al prossimo, senza per questo abdicare alla sua missione, sia quello di divulgare la conoscenza, renderla patrimonio di tutti.

Il WWF da sempre sostiene che le battaglie ambientali vadano condotte sui territori, ma che necessitano anche di strategie e politiche nazionali, se non internazionali. Da studioso della materia, è d'accordo?
Sono perfettamente d’accordo. Ormai il diritto internazionale e il diritto dell’Unione europea incidono su tutto. Gli Stati hanno progressivamente trasferito in capo ad organizzazioni sovranazionali gran parte delle loro competenze. E questo è accaduto anche in materia ambientale. Nelle mani dei Parlamenti nazionali residua ormai ben poco e qualunque legge si volesse scrivere in materia ambientale dovrebbe tenere conto di ciò.