4.11.14

Educazione ambientale nella Scuola primaria di Nepezzano


Oggi volontari del WWF Teramo sono stati nella Scuola primaria di Nepezzano per una lezione sulla tutela degli uccelli.

Parchi senza guida! Il WWF scrive a D'Alfonso

Il WWF, a firma del responsabile abruzzese Luciano Di Tizio e del consigliere nazionale Dante Caserta, ha indirizzato sabato scorso una lettera al presidente della Regione Luciano D’Alfonso e, per conoscenza, all’assessore ai parchi Donato Di Matteo per chiedere un intervento presso i ministeri competenti al fine di sollecitare la nomina dei consigli direttivi dei parchi nazionali presenti in Abruzzo. 
Di seguito il testo integrale della lettera.

"Egr. Presidente,
Le scriviamo per segnalarLe una situazione ormai insostenibile che riguarda i tre parchi nazionali presenti in Abruzzo.
Come ha fatto notare in più occasioni il WWF Italia, quasi tutti i parchi nazionali italiani sono privi da anni dei propri organi direttivi. Dei 23 parchi nazionali esistenti in Italia, attualmente solo 3 hanno un Presidente e un consiglio direttivo operativo. Negli altri 20 parchi è stato nominato solo il Presidente, a volte dopo commissariamenti duranti anni, ma non il consiglio direttivo, determinando così una gestione anomala, peggiore persino del commissariamento degli Enti. Trascorsi sei mesi dalla nomina del Presidente, la mancata ricostituzione dei consigli, infatti, determina un commissariamento di fatto indebolito dal venir meno dei poteri di surroga conferiti transitoriamente al Presidente. Tale situazione, oltre a rappresentare un vero e proprio deficit di democrazia e partecipazione (nei consigli direttivi dei parchi siedono, a titolo gratuito, rappresentanti degli Enti locali, dei Ministeri competenti, del mondo scientifico ed ambientalista), indebolisce di molto l’azione dei Parchi che non possono operare nel pieno delle proprie funzioni.
Il ritardo per quanto riguarda i parchi abruzzesi è addirittura imbarazzante: il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga è privo del consiglio direttivo dal 22 gennaio 2007, il Parco Nazionale della Majella dal 20 settembre 2007, il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise dall’11 luglio 2012.
La riforma legislativa entrata in vigore ad aprile 2013 (DPR n. 73/2013) ha riformato i consigli direttivi dei parchi, riducendo il numero dei componenti da 12 ad 8. A seguito di questa semplificazione sarebbe stata ovvia una rapida ricomposizione dei consigli con un ritorno alla normalità, ma purtroppo questo non è avvenuto.
Su richiesta del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, le Associazioni ambientaliste hanno provveduto alle designazioni di loro competenza già dal novembre 2013 e nel frattempo molte Comunità del Parco hanno trasmesso al Ministero i loro rappresentanti nei rispettivi consigli direttivi. Risulta che anche l’ISPRA abbia provveduto alle proprie designazioni, per cui resterebbero soltanto le designazioni del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali.
La invitiamo a far sentire la Sua autorevole voce ed a sollecitare il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare affinché recuperi i ritardi accumulati nel passato e proceda rapidamente a dotare i parchi dei corretti strumenti di governance.
Con l’occasione torniamo a segnalarLe anche l’importanza di giungere rapidamente anche alla definitiva perimetrazione del Parco della Costa Teatina. 
Con la recente nomina del commissario è auspicabile che questo processo arrivi alla sua conclusione dopo oltre un decennio dall’avvio!"

28.10.14

Salvaguardiamo i corsi d'acqua dall'eccessivo sfruttamento idroelettrico

L'eccessivo sfruttamento dei corsi d'acqua per scopi idroelettrici è un problema che noi teramani conosciamo fin troppo bene. Basti pensare al Fiume Vomano.
Ma non è un problema solo nostro!
Fiumi senz’acqua o con una portata completamente alterata, cementificati, interrotti da un numero sempre più elevato di sbarramenti: è questa, purtroppo, la situazione in cui riversano troppi corsi d’acqua nel nostro Paese.
A soffrire non sono solo quelli principali, ma soprattutto i torrenti e rii di montagna con sempre meno corsi d’acqua alpini che mantengono ancora condizioni di naturalità elevata - cioè non perturbati da derivazioni, da alterazioni morfologiche significative e da immissione di inquinanti - mentre i restanti corpi idrici sono in gran maggioranza sfruttati da derivazioni a scopo idroelettrico e/o irriguo. Situazione che si verifica anche lungo l’arco appenninico e nel resto del territorio italiano, dove il livello di sfruttamento delle acque superficiali e la pressione sui corpi idrici sta rapidamente aumentando, al contrario di quanto richiederebbero gli obiettivi delle direttive europee.
Questo il presupposto che ha portato oltre cento tra associazioni e comitati a firmare l’Appello nazionale per la salvaguardia dei corsi d’acqua dall’eccesso di sfruttamento idroelettrico promosso dal CIRF, Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale, presentato ieri mattina alla Camera dei Deputati insieme ai rappresentanti di WWF, Legambiente, Mountain Wilderness, FIPSAS (Federazione Italiana Pesca Sportiva e Attività Subacquee), Forum italiano dei movimenti per l’acqua, Comitato Bellunese Acqua Bene Comune.
In Italia sono oltre 3.000 le centrali idroelettriche esistenti e se oggi l'unica prospettiva di realizzazione di nuovi impianti viene da impianti di piccola taglia, sono rilevanti i problemi aperti nel territorio italiano. Gli incentivi per gli impianti idroelettrici non distinguono tra impianti che danneggiano i fiumi e gli ecosistemi e quelli invece integrati e che rispondono a criteri seri di sostenibilità. Inoltre l'assenza di regole efficaci di tutela dei bacini idrografici e dei deflussi idrici ha portato a una vera e propria corsa alla costruzione di nuove centrali idroelettriche, con oltre 1500 istanze attualmente pendenti nelle regioni alpine e centinaia nelle Regioni del Centro-Sud. Sempre più spesso poi le domande di concessione di derivazione per scopo idroelettrico insistono in Parchi o in aree Natura 2000 (SIC o ZPS), in biotopi, o comunque in contesti ambientali e paesaggistici di particolare pregio e fragilità.
A denunciare i rischi di questo scenario non sono solo comitati e associazioni ambientaliste, come dimostra la procedura EU Pilot 6011/14/ENVI avviata da parte della Commissione europea nei confronti del Governo Nazionale per verificare la corretta applicazione della Direttiva Quadro sulle Acque 2000/60/CE, della Direttiva “Habitat” 92/43/CEE e della Direttiva “VIA” 2011/92/UE, per i bacini dei fiumi Tagliamento, Oglio e Piave. Infine, il nostro Paese è fortemente in ritardo rispetto agli obiettivi di qualità dei corpi idrici dettati dalla direttiva europea 2000/60, da raggiungere entro il 2015 e la normativa nazionale sulla gestione delle acque non è ancora adeguata a tutelare compiutamente le esigenze plurime che i corsi d’acqua soddisfano (nei confronti degli ambienti umani e dell’ecosistema: non solo produzione di energia ma anche altri servizi ecosistemici quali la biodiversità, l’autodepurazione, la ricarica delle falde, il ripascimento dei litorali, lo spazio ricreativo, il turismo), ad oggi insufficientemente tenuti in considerazione nella pianificazione e gestione dei bacini fluviali.
L'energia idroelettrica svolge un ruolo importante nella produzione da fonti rinnovabili nel nostro Paese nella direzione della riduzione delle emissioni di CO2, ma oggi occorre cambiare completamente il sistema degli incentivi e le regole per valutare l'impatto degli impianti idroelettrici per garantire la tutela dei fiumi, degli ecosistemi e della biodiversità, come oggi purtroppo non avviene per una risorsa preziosissima come l'acqua.
I soggetti firmatari, estremamente preoccupati per questa situazione, avanzano al Governo, al Parlamento e alle Regioni una serie di richieste urgenti:
  • immediata sospensione del rilascio di nuove concessioni e autorizzazioni per impianti idroelettrici su acque superficiali; una revisione degli strumenti di incentivo da mantenere solo per impianti che soddisfino tutti i requisiti di tutela dei corsi d’acqua;
  • apertura di un tavolo di confronto a livello nazionale con l’obiettivo di ridurre l’impatto delle centrali idroelettriche esistenti e minimizzare quello di eventuali nuovi impianti;
  • i Piani di Gestione dei distretti idrografici prevedano programmi di misure tesi alla riqualificazione dei corsi d’acqua e, più in generale, del bene comune acqua;
  • venga attuato un processo rigoroso di valutazione dell’impatto ambientale, e che si considerino in modo esplicito gli impatti cumulativi dei progetti che incidono su uno stesso bacino imbrifero;
  • venga superato il concetto attuale di DMV (Deflusso Minimo Vitale) a favore di quello di deflusso ecologico e cioè di una regola di rilascio che sia realmente in grado di garantire il mantenimento degli obiettivi di qualità ecologica di un corpo idrico e dei servizi eco sistemici da questi supportati;
  • venga garantito il rispetto dei deflussi rilasciati in alveo e l’esecuzione delle misure di mitigazione, attraverso l’applicazione del sistema sanzionatorio previsto dalla legge.
L’appello contiene richieste precise anche perché venga messo in discussione l’articolato normativo secondo il quale le opere per la realizzazione degli impianti idroelettrici, nonché le opere connesse e le infrastrutture indispensabili alla costruzione e all'esercizio degli stessi impianti, sono di pubblica utilità ed indifferibili ed urgenti; che si tenga conto dell’Articolo 9 della Costituzione, e soprattutto del recente pronunciamento del Consiglio di Stato (Cons. Stato, sez. IV, 29 aprile 2014, n. 2222), che ribadisce come il “paesaggio” sia bene primario e assoluto e che la sua tutela sia quindi prevalente su qualsiasi altro interesse giuridicamente rilevante, sia di carattere pubblico che privato.
Infine, tutto questo non può prescindere da una politica della montagna, a partire dall’arco alpino, più attenta alle tematiche fluviali. Per questo le associazioni chiudono l’appello chiedendo che all’interno del confronto che vede protagonisti l’Unione Europea e lo Stato Italiano nella proposta e attuazione della Macroregione Alpina, si preveda un capitolo di impegno comunitario che salvaguardi sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo i corsi d’acqua, costruendo un reale ponte solidaristico fra le esigenze delle popolazioni metropolitane e quelle che vivono stabilmente nelle realtà montane.

Non svendiamo il nostro territorio!

 
Le principali associazioni ambientaliste, WWF, Legambiente e Greenpeace, e l'assessore all'ambiente della Regione Abruzzo, Mario Mazzocca, si sono ritrovati insieme ieri per spiegare le ragioni del "no" all'articolo 38 del decreto Sblocca Italia.
Nella prestigiosa Sala dei Marmi della Provincia di Pescara tutti hanno ribadito a gran voce la loro contrarietà al decreto che potrebbe dare carta bianca agli appetiti dei petrolieri, trasformando l'Italia in una colonia per le trivelle.
Tra gli interventi, quello del vice presidente nazionale di Legambiente, Edoardo Zanchini, del delegato regionale del WWF, Luciano DI Tizio, del direttore delle campagne di Greenpeace, Alessandro Giannì.
A sottolineare la contrarietà all'articolo 38 anche il parlamentare Gianni Melilla e l'assessore regionale all'ambiente, Mario Mazzocca, che ha sottolineato il suo pieno impegno per evitare che l'Abruzzo, regione verde d'Europa, possa essere messa a rischio a causa delle trivellazioni. "Non ci attende una battaglia facile - ha detto - ma noi come Regione combatteremo fino in fondo per vincere questa difficile sfida".
Greenpeace Italia, Legambiente e WWF Italia - dopo il voto di fiducia del 23 ottobre a Montecitorio e in attesa del voto finale del 30 - hanno quindi rilanciato la loro iniziativa apprestandosi a chiedere al Senato l’abrogazione dell’art. 38 del decreto 133/2014, appellandosi alle Regioni perché, qualora sia invece approvato, lo impugnino davanti alla Corte Costituzionale ed amplificando la mobilitazione esistente sul territorio, che si oppone alla forzatura dirigistica per le valutazioni ambientali e per il rilascio di concessione uniche per la ricerca e la coltivazione di idrocarburi voluta dal Ministero dello Sviluppo Economico.
Al programma di iniziative promosse degli ambientalisti aderiscono sindaci, rappresentanti delle giunte e dei consigli regionali, parlamentari locali, rappresentanti delle Camere di Commercio che, dopo aver garantito la propria presenza a bordo della Rainbow Warrior ai due incontri siciliani di Licata (il 12 ottobre) e di Siracusa (il 17), sono intervenuti ieri alle iniziative pubbliche convocate dagli ambientalisti oltre che a Pescara anche a Bari e Potenza.
In tutte le regioni interessate dalla mobilitazione di questi giorni (come anche nella Sardegna Nord Occidentale e nel Canale di Sicilia) sono l’ENI e le compagnie straniere - come la Northern Petroleum, la Petroceltic, la Global Petroleum, la Spectrum geo limited, la Geo Service Asia Pacific - a farla da padrone a mare, mentre a terra il dominio del’ENI è incontrastato nel nostro Paese, grazie a royalties che sono in Italia da 2 a 8 volte più basse che nel resto del mondo e a canoni di concessione ridicoli. Condizioni di favore per i petrolieri che consentono di mettere a rischio in Puglia zone costiere protette come Torre Guaceto o aree marine protette come le Tremiti; di porre sotto la servitù petrolifera su tre quarti territorio della Basilicata e di tenere in ostaggio il parco nazionale dell’Appennino lucano Val D’Agri, e di minacciare l’istituendo parco nazionale della Costa Teatina, con lo scellerato progetto della piattaforma e nave di stoccaggio galleggiante di Ombrina Mare. 
La Basilicata è la regione che subisce i maggiori impatti delle attività petrolifere a terra, dove dalle 3 concessioni petrolifere attive (a Gorgoglione, a Serra Pizzuta e in particolare, in Val d’Agri) proviene oltre il 70% del petrolio estratto in Italia. Le aree in concessione per l’estrazione di petrolio a terra occupano una superficie di circa mille chilometri quadrati, ma l’area ipotecata alle attività petrolifere potrebbe aumentare nei prossimi anni, se andassero in porto tutte le richieste, arrivando a coprire 2800 kmq circa. A preoccupare ci sono anche i 29.200 kmq dei mari italiani messi sotto scacco dalle compagnie petrolifere. Il Mar Adriatico ha 11.944 kmq interessati da 2 istanze di concessione, 17 istanze di ricerca e 7 permessi già rilasciati per l’esplorazione dei fondali marini. Il Mar Ionio vede 10.311 kmq per 16 richieste di ricerca, 1 di coltivazione e 1 permesso di ricerca già attivo. Il Canale di Sicilia ha infine 6.954 kmq interessati da 3 richieste di concessione, 10 istanze di ricerca e 5 permessi di ricerca già rilasciati.
Il calcolo costi-benefici dell’impatto economico, sociale e ambientale dell’operazione caldeggiata irresponsabilmente dal Ministero dello Sviluppo Economico è assolutamente perdente per il Paese, quando si pensi che l’inquinamento sistematico e il rischio di incidente mettono a rischio aree di pregio naturalistico e paesaggistico, dove si svolgono fiorenti attività economiche legate ai settori delle pesca e del turismo per cercare di estrarre petrolio di bassa qualità che potrebbe coprire, valutate le riserve certe a terra e a mare, il fabbisogno nazionale per appena 13 mesi.
Ed è proprio sul lato dei costi per la comunità nazionale che i conti continuano a non tornare, sottolineano gli ambientalisti, che comunque valutano come la mobilitazione di queste due settimane abbia indotto la Commissione Ambiente della Camera dei deputati a introdurre prime, timide correzioni, a conferma della fondatezza delle tesi sostenute dagli ambientalisti. La Commissione ha corretto il testo dell’art. 38 del decreto Sblocca Italia presentato dal Governo riconoscendo, almeno:
a) la necessità di fare un piano delle aree in cui consentire le attività di ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi;
b) ricorrere alla procedura Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) ordinaria, derivante dal Codice Ambiente, più garantista per cittadini e enti locali, nel valutare progetti e interventi di quella derivante dal Codice Appalti;
c) verificare, prima di rilasciare le autorizzazioni, che gli operatori dimostrino, con idonee fideiussioni bancarie e assicurative, la propria capacità tecnica e finanziaria per far fronte alle operazioni di recupero ambientale.
Ma queste prime limitate modifiche introdotte alla Camera non cambiano la portata negativa delle disposizioni dell’attuale dell’art. 38 del decreto legge n. 133/2014 che il Senato dovrà correggere. Disposizioni che, ricordano Greenpeace Italia, Legambiente e WWF:
1) consentono di applicare le procedure semplificate e accelerate sulle infrastrutture strategiche ad una intera categoria di interventi, senza che vengano individuate le priorità e senza che venga chiarito se il “piano delle aree”, come previsto dalle leggi vigenti, si applichi la Valutazione Ambientale Strategica;
2) trasferiscono d’autorità nel marzo 2015 le procedure di VIA sulle attività a terra dalle Regioni al Ministero dell’Ambiente;
3) compiono una forzatura rispetto alle competenze concorrenti tra Stato e Regioni, cui al vigente Titolo V della Costituzione, non prevedendo che sono necessarie “intese forti” con le Regioni;
4) prevedono una concessione unica per ricerca e coltivazione, in contrasto con la distinzione comunitaria tra le autorizzazioni per prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi;
5) trasformano forzosamente gli studi del Ministero dell’Ambiente sul rischio subsidenza in Alto Adriatico, derivante dalle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi, in “progetti sperimentali di coltivazione”;
6) costituiscono una distorsione rispetto alla tutela estesa dell’ambiente e della biodiversità, rispetto a quanto disposto dalla Direttiva Offshore 2013/30/UE e dalla nuova Direttiva 2014/52/UE sulla Valutazione di Impatto Ambientale.

24.10.14

Pescara 27 ottobre: le ragioni del nostro no alla petrolizzazione


Lunedì 27 ottobre, alle ore 10, presso la sala dei Marmi della Provincia di Pescara, WWF, Greenpeace e Legambiente si confrontano con la Regione Abruzzo sui pericoli dell'art. 38 del Decreto Sblocca Italia che favorisce le ricerche e le estrazioni petrolifere.
Siamo ormai al momento delle scelte: non partecipare ora, vuol dire accettare domani tutto quello che qualcun altro deciderà per noi e per il nostro territorio. 

Domenica 26 ottobre a Canzano

Domenica 26 ottobre il WWF Teramo e l’Associazione “Canzano in Transizione”, in collaborazione con l’Amministrazione Comunale, organizzano la manifestazione “Puliamo insieme il bosco di Canzano”.
Con il coinvolgimento di cittadini e volontari, restituiremo alla comunità canzanese lo spazio verde pubblico sottostante il centro storico. Una giornata di volontariato aperta a tutti a tutti per collaborare insieme al recupero ed alla valorizzazione di un bene comune.
L’appuntamento è fissato alle ore 9:30 davanti all’ex-sala prove musicali lungo il perimetro delle mura nella zona retrostante il Comune.
Alle ore 13, al termine dei lavori di pulizia, ci sarà un pranzo in comune.

23.10.14

Fenicotteri e rifiuti alla Foce del Fiume Vomano

 
 
È proprio il caso di dire che un fiume di rifiuti invade ormai l’alveo della foce del fiume Vomano.
Nella scorsa primavera, a seguito di una segnalazione del WWF, furono rimossi dal Comune di Roseto un'enorme quantità di rifiuti a poche centinaia di metri dalla foce del Vomano che ricordiamo essere anche un'oasi di protezione della fauna istituita dalla Provincia di Teramo.
Tutta l’area, dalla zona coincidente con il porticciolo fino al ponte sulla S.S.16, versa in un totale stato di abbandono ed è utilizzata come discarica da singoli cittadini ed imprese in barba ad ogni buona norma di senso civico ed in disprezzo delle leggi.
Il fenomeno è ricorrente e comporta per la pubblica amministrazione – e quindi per tutti noi cittadini che paghiamo le tasse – un dispendio di ingenti risorse finanziarie per rimuovere i rifiuti che vengono lì accumulati.
Il WWF torna quindi a suggerire alcune soluzioni agli Enti competenti che potrebbero finalmente eliminare o almeno ridurre il problema:
  • realizzazione di un terrapieno a ridosso della strada lasciando solo lo spazio per il passaggio delle macchine, al fine di non permettere la sosta e quindi lo scarico, di malintenzionati;
  • chiudere la strada con una sbarra, visto che la stessa, attraversando un’arcata del ponte ferroviario fa parte chiaramente dell’alveo del Vomano che in caso di piena potrebbe essere inondata dalle acque fluviali;
  • posizionare delle videocamere per individuare i responsabili degli scarichi;
  • riqualificare tutta l’area, considerando che si tratta di un sito di grande interesse naturalistico per l’enorme quantità di avifauna di passo e nidificante presente (circa 150 specie segnalate nel corso degli ultimi anni: Spatole, Aironi, Garzette e non da ultimo il Fenicottero rosa). La Foce del Fiume Vomano potrebbe diventare un volano turistico ed un biglietto da visita per i tanti turisti italiani e stranieri che utilizzano la ciclovia adriatica.

20.10.14

Puliamo insieme il Bosco di Canzano

 
Domenica 26 ottobre, il WWF Teramo e l'Associazione "Canzano in Transizione" organizzano la pulizia di un antico sentiero nel bosco da restituire alla collettività.
Siete tutti invitati a dare una mano!

18.10.14

Il WWF parte civile nel processo di Bussi: Accertare le responsabilità e restituire sicurezza ai cittadini


“Da quando esiste l’uomo è reato avvelenare le acque; la verità di questo processo è semplice: per i soldi, la classe dirigente di uno dei gruppi industriali più importanti del nostro Paese, ha avvelenato l’acqua destinata al consumo alimentare di oltre 700.000 persone e noi siamo qui affinché si dia Giustizia al nostro territorio”, sono state queste le parole iniziali di Tommaso Navarra, avvocato del WWF Italia, nell'arringa finale delle parti civili nel processo di Bussi.
L’Avv. Navarra ha fornito una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 439 del codice penale (avvelenamento delle acque), richiamando i principi costituzionali richiamati nell’art. 2 (sui diritti inviolabili dell’uomo sia come persona sia nelle formazioni sociali in cui si esplica la propria personalità") e nell’art. 32 (diritto alla salute) della Costituzione Italiana e sottolineando il contributo decisivo dato dal WWF all’accertamento dei fatti attraverso la propria continua attività di denuncia e di analisi delle acque ben prima dell’intervento delle Pubbliche Autorità.
Commentano Luciano di Tizio, delegato regionale Abruzzo del WWF, e Dante Caserta, consigliere nazionale del WWF Italia: “è stata proprio la nostra Associazione, nel 2007, a rendere per prima di dominio pubblico la notizia della presenza di contaminanti nell’acqua potabile e le nostre denunce hanno avuto un peso determinante nella vicenda. Ci sembra opportuno ricordare che il WWF organizzò e pagò le analisi che confermarono, dopo le prime inascoltate segnalazioni del prof. Fausto Croce, una situazione disastrosa già ben nota da alcuni anni a chi avrebbe dovuto vigilare, ma che veniva assurdamente tenuta nascosta ai cittadini, condannati a bere acque contaminate senza neppure saperlo. Per quelle pubbliche segnalazioni venimmo accusati di procurato allarme, anche con un esposto alla magistratura firmato da chi oggi è sotto inchiesta in un altro processo satellite. Il processo di Bussi, al di là di quelle che saranno le decisioni dei giudici, ha quantomeno ristabilito la verità dei fatti e questo, dopo anni di attesa, è già un importante passo in avanti anche se non ci stancheremo mai di ripetere che la vera e completa giustizia ci sarà solo con una bonifica che restituisca, a spese di chi ha inquinato, un territorio sano agli abruzzesi”.
L’Avv. Tommaso Navarra in conclusione del suo intervento, alzando un bicchiere d’acqua e ricordando le battaglie giudiziarie già vinte a tutela delle acque del Gran Sasso d’Italia, ha chiesto solo che per gli abruzzesi “possa tornare ad essere privo di qualsivoglia preoccupazione un gesto naturale e vitale quale quello del bere l’acqua del proprio territorio”. 
Dalla prossima e per almeno sei udienze consecutive la parola passerà agli avvocati della difesa.
La sentenza è attesa entro la fine dell’anno.

Micro discarica abusiva nel Comune di Roseto degli Abruzzi

 


Il WWF Teramo, nei giorni scorsi ha segnalato al Comune di Roseto degli Abruzzi una discarica lungo la strada provinciale 22, immediatamente sotto il ponte dell'Autostrada A14.
Già in passato l'area era stata oggetto di abbandono di rifiuti ed era stata ripulita.
Se non si metterà una sbarra per chiudere l'accesso o una telecamera per riprendere i responsabili, il problema tornerà a ripetersi.