18.7.18

Domani confronto in regione su gestione cinghiali: per il WWF il problema non lo potranno risolvere i cacciatori

 
Il WWF parteciperà, in quanto Associazione che gestisce una serie di riserve regionali, al “Tavolo tecnico regionale permanente per la protezione delle colture e degli allevamenti dalla fauna selvatica” convocato dall’Assessore Lorenzo Berardinetti per domani a L’Aquila: tema dell’incontro sarà un confronto sulle linee di indirizzo per la gestione del cinghiale nelle aree protette che la Regione vuole mettere a punto.
Apprezziamo molto l’invito dell’Assessore e la volontà di confrontarsi su un tema importante, spesso purtroppo contraddistinto da semplificazioni che non facilitano la risoluzione del problema. È indispensabile, infatti, che la tematica sia affrontata su basi tecnico-scientifiche, mettendo da parte sia gli aspetti emotivi sia gli interessi rappresentati dal mondo venatorio.
L’esperienza maturata negli anni, in qualità di gestori di aree naturali protette, ci spinge a considerare un grave errore consentire di cacciare in parchi e riserve, scelta la cui concreta praticabilità giuridica è peraltro tutta da dimostrare. Appaiono molto più efficaci l’adozione di strumenti di dissuasione non cruenta (recinti elettrificati, dissuasori con luci e rumori, campi a perdere) e, qualora questi non funzionassero, la cattura attraverso chiusini, relegando solo in casi puntuali legati all’incolumità pubblica o a situazioni circoscritte, il ricorso ad abbattimenti veramente selettivi effettuati su capi determinati ma sempre e soltanto da parte di personale specializzato appartenente o ai parchi o alle Forze dell’ordine.
In ogni caso, come facciamo da anni, la prima cosa che chiederemo è che il confronto parta da dati reali e verificati. Se si vuole veramente affrontare una volta per tutte il problema e provare a trovare delle soluzioni concrete e percorribili, è indispensabile:
  • avere un quadro della presenza dei cinghiali nella regione e nei singoli territori compresi quelli nei quali sono comprese anche aree protette;
  • confrontarsi sui risultati delle politiche portate avanti in questi ultimi 10 anni in base alle quali oggi si è sostanzialmente arrivati a consentire la caccia al cinghiale in tutti i periodi dell’anno e in tutto il territorio regionale (a esclusione finora delle aree naturali protette);
  • sganciare totalmente l’aspetto della gestione dei danni dalla caccia. Dopo anni di politiche tutte basate sugli abbattimenti si continuano registrare danni alle colture, che in alcuni casi addirittura aumentano. Ci si deve quindi chiedere quale reale efficacia abbia affrontare il problema attraverso lo strumento dei cacciatori che, dopo essere stati l’origine del problema con l’introduzione in Abruzzo di cinghiali a scopo venatorio, vengono ora individuati come la soluzione nonostante non siano affatto interessati a risolverlo, essendo i primi beneficiari di questa situazione che ha consentito loro di andare a caccia anche in periodi in cui tale attività è vietata (traendone anche, alcuni di loro, introiti dalla vendita delle carni degli animali uccisi);
  • verificare che tipo di controlli vengono effettuati sulle attività di selecontrollo attualmente consentite, considerato che quelle che dovrebbero essere delle girate si trasformano sostanzialmente in vere e proprio braccate, deleterie, soprattutto in periodi di riproduzione come questo, non solo per i cinghiali, ma per tutta la fauna che viene inseguita e spaventata da cani e spari;
  • analizzare in quanti casi sono state adottate le misure dissuasive non cruente, che appunto si dovrebbero sperimentare prima di passare agli abbattimenti, e che tipo di risultati queste hanno comportato;
  • studiare le relazioni tra lupo e cinghiale considerato che, essendo il cinghiale alla base della dieta del lupo, l’eliminazione di un numero consistente di cinghiali spingerebbe i lupi a predare maggiormente pecore o altri animali da allevamento;
  • verificare i risultati delle catture che alcune realtà locali hanno portato avanti verificandone l’applicabilità su altri territori, non legandola a motivi economici di vendita delle carni, ma più opportunamente all’efficacia rispetto agli obiettivi della riduzione del danno e del superamento di eventuali squilibri ecologici per sovrannumero di capi.
Come WWF ci rendiamo conto che si tratta di un programma di attività estremamente complesso, ma la logica e l’esperienza ci spingono a lavorare in questa direzione al fine di dotare l’Abruzzo finalmente di un sistema di gestione della specie che miri a risolvere efficacemente il problema, percorrendo finalmente la strada della ricerca e del confronto tecnico e tralasciando le altre vie che fino a oggi non hanno evidentemente portato ai risultati sperati.

15.7.18

Gestione cinghiali: iniziamo a dire la verità?


La recente proposta avanzata dalla Regione Abruzzo per attuare una filiera delle carni da cinghiale, attraverso l’utilizzo di gabbie di cattura e chiusini anche all’interno delle Aree Protette Regionali e Nazionali con l’obiettivo di prevenire e risolvere i problemi di danneggiamento causati alle coltivazioni agricole e alle attività antropiche sensibili ci obbliga a intervenire sull’argomento nel tentativo di fare un po’ di chiarezza su un argomento certamente complesso ma del quale si continua a parlare con una preoccupante approssimazione.
Due sono i punti fermi da tenere in debito conto: il primo riguarda le responsabilità della attuale situazione e i relativi conti da pagare. Il problema cinghiali esiste perché, a partire dagli anni ’50 del secolo scorso e sino a pochi anni fa (vedi allegato 1 in calce al presente comunicato) ci sono state immissioni a scopo venatorio. I cinghiali si sono moltiplicati in Italia col solo scopo di consentire a una minoranza di cacciatori di divertirsi sparando e uccidendo. Ciò premesso appare evidente che chi ha creato il danno deve pagarne le conseguenze, anche in termini economici. Il risarcimento dei danni da cinghiale va di conseguenza attribuito interamente agli ATC, gli Ambiti Territoriali di Caccia. In questo modo sarebbe chi trae vantaggio dalla presenza di quella che agli occhi dei cacciatori è solo selvaggina a sopportare gli effetti collaterali negativi di immissioni praticate per decenni. In caso contrario, come avviene oggi, sarebbero gli stessi danneggiati a ripagare i propri danni attraverso le tasse, dirette e indirette, che gravano su tutti i cittadini onesti.
Il secondo punto da tenere ben fermo riguarda una constatazione sotto gli occhi di tutti: l’attuale sistema di controllo della popolazione dei cinghiali è risultato del tutto fallimentare visto che i danni non sono affatto diminuiti. Chi mai del resto affiderebbe la riparazione di un danno proprio a chi questo danno lo ha creato, come fa la Regione Abruzzo con i cacciatori?
È ora di cambiare radicalmente strategia, ma questo sarà possibile soltanto ragionando con criteri scientifici e non sulla spinta delle emozioni. La stessa proposta di filiera delle carni della Regione, avanzata senza un vero e proprio documento tecnico di indirizzo, rischia di diventare l’ennesimo elemento di perturbazione della popolazione del cinghiale allontanandoci dalla strada che si dovrebbe percorrere. È palese che a oggi la gestione faunistica della Regione Abruzzo presenta gravi criticità, a partire dai Piani redatti, da cui si evince chiaramente la mancanza di una solida strategia di intervento e la assoluta carenza di informazioni chiare e inserite in una banca dati unica sui capi abbattuti che potrebbe aiutare a verificare ed eventualmente correggere le azioni poco efficaci.
Tanti sono inoltre gli elementi di incertezza in merito all’effettiva assenza di nuove introduzioni e ai dati delle attività degli ATC in relazione alla caccia di selezione. Sarebbe, in particolare, di fondamentale importanza conoscere l’incidenza degli abbattimenti, ad esempio, sulla dieta del lupo, ma anche sugli habitat di interesse conservazionistico (Siti di Interesse Comunitario e Aree Protette).
Infine, ma non ultimo in ordine di importanza, si continua a presentare l’attività di controllo numerico del cinghiale come necessaria a rispondere all’impatto della specie sulle coltivazioni agricole, tuttavia risulta completamente assente il coinvolgimento delle categorie professionali agricole: la questione cinghiale non potrà mai essere risolta da un’azione isolata del mondo venatorio, ma piuttosto deve prevedere il coinvolgimento di coloro che maggiormente subiscono i danni della convivenza con questa specie, ovvero gli agricoltori. È dimostrato largamente che il solo prelievo venatorio è assolutamente insufficiente a tenere sotto controllo il cinghiale, per cui deve essere favorito il coinvolgimento degli agricoltori nell’ambito della multifunzionalità dell’impresa agricola attraverso interventi di prevenzione e riduzione dei danni e contenimento delle popolazioni attraverso la pratica delle catture, affidando loro direttamente le gabbie o chiusini di cattura e rifinanziando il bando PSR per le recinzioni elettrificate poiché sono state presentate domande per circa 4,5 M€ a fronte di una dotazione di soli 1,5 M€.
In questo contesto non bisogna mai dimenticare che le Aree Protette (AAPP) non sono una “controparte”, come erroneamente vengono spesso pensate, anche dalla Regione, ma bensì sono “parte” del sistema regionale che dovrebbe concorrere alla gestione del cinghiale nel rispetto dei ruoli e delle competenze che la legge attribuisce ai vari soggetti pubblici e privati.
La gestione del cinghiale è una sfida che si può vincere. C'è necessità però di cambiare approccio e di fare “gioco di squadra” tra i vari soggetti, che a diverso titolo hanno un ruolo attivo. Ognuno con le proprie competenze e responsabilità deve concorrere, nel rispetto della normativa e del lavoro di tutti, ponendo in essere azioni convergenti verso gli stessi obiettivi. Azioni che devono essere identificate e definite secondo una metodologia e con dati che permettano di verificare efficacia ed efficienza della programmazione e nel caso di scostamenti dagli obiettivi prefissati permettere di correggere il tiro senza sprecare risorse economiche o danneggiare la biodiversità.

Allegato 1
Brano tratto dalla introduzione alle “Linee guide per la gestione del cinghiale (Sus scrofa) nelle aree protette” di Silvano Toso e Luca Pedrotti edito nel 2001 tra i Quaderni di Conservazione della Natura a cura del Ministero dell’Ambiente Servizio Conservazione della Natura e dell’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica “Alessandro Ghigi” (oggi ISPRA).
«Le cause che hanno favorito l’espansione e la crescita delle popolazioni sono legate a molteplici fattori sulla cui importanza relativa le opinioni non sono univoche. Tra questi, le immissioni a scopo venatorio, iniziate dopo la metà del XX secolo, hanno sicuramente giocato un ruolo fondamentale. Effettuati dapprima con cinghiali importati dall’estero, in un secondo tempo i rilasci sono proseguiti soprattutto con soggetti prodotti in cattività in allevamenti nazionali. Tali attività di allevamento ed immissione sono state condotte in maniera non programmata e senza tener conto dei principi basilari della pianificazione faunistica e della profilassi sanitaria e, attualmente, il fenomeno sembra interessare costantemente nuove aree con immissioni più o meno abusive (come testimonia la comparsa della specie in alcune aree dell’arco alpino dove l’immigrazione spontanea sembra evidentemente da escludersi). Ancora oggi diverse Amministrazioni provinciali, soprattutto nella parte meridionale del Paese, acquistano direttamente cinghiali per il ripopolamento o autorizzano altri enti gestori (Ambiti territoriali di caccia, Aziende faunistico-venatorie, ecc.) a rilasciare regolarmente in natura animali prodotti in allevamenti».

11.7.18

C'è rifiuto e rifiuto. Ancora sul materiale spiaggiato alla Torre di Cerrano


Questa mattina il tratto di spiaggia della Torre di Cerrano, all’interno dell’Area Marina Protetta si presentava con grossi segni del transito di mezzi meccanici e con il materiale legnoso spiaggiato in gran parte ammucchiato.
Da quanto si è potuto vedere sembra quindi che siano stati effettuati lavori di rimozione di materiale legnoso dalla spiaggia con mezzi meccanici. Ciò appare in contrasto con quanto stabilito dallo stesso “Regolamento di esecuzione e organizzazione” dell’Area Marina Protetta. Peraltro i lavori sembrano esser stati compiuti dalla serata di ieri o addirittura nella notte perché ieri non vi erano tracce sulla spiaggia.
Il WWF Teramo ha inviato una segnalazione all’Area Marina Protetta di Torre del Cerrano e ai competenti Uffici della Capitaneria di Porto di Giulianova e Silvi chiedendo di procedere ad un sopralluogo per verificare cosa è successo e di sapere che tipo di lavori sono stati effettuati, da chi e se erano stati autorizzati.
Il WWF era già intervenuto nei giorni scorsi sulla vicenda delle pulizie con mezzi meccanici chiedendo all’AMP e ai Comuni di Silvi e Pineto di farsi promotori di un incontro per affrontare tale problematica che va a toccare diversi interessi e che deve però essere trattata nel rispetto delle normative vigenti e delle esigenze di tutela ambientale alla base dell’istituzione delle aree protette.

10.7.18

L'Osservatorio incontra la Commissione Ambiente del Consiglio regionale: primi segnali positivi sulla messa in sicurezza dell'acquifero

L'Osservatorio in Commissione in Consiglio regionale a L'Aquila
L’Osservatorio Indipendente sull’Acqua del Gran Sasso, costituito dalle Associazioni WWF, Legambiente, Mountain Wilderness, ARCI, ProNatura, Cittadinanzattiva, Guardie Ambientali d’Italia, FIAB, CAI, Italia Nostra e FAI, oggi ha partecipato, su invito del Presidente Pietrucci, alla seconda Commissione “Territorio, Ambiente e Infrastrutture” del Consiglio Regionale d’Abruzzo a L’Aquila per un confronto sulla situazione dell’acquifero del Gran Sasso. Erano presenti in Commissione anche il Vicepresidente Lolli e il Sottosegretario Mazzocca.
È stata una riunione molto utile e proficua che ha permesso ai rappresentanti dell’Osservatorio di ripercorrere quanto è accaduto fino ad oggi e di ribadire le richieste che da tempo sono state avanzate circa la messa in sicurezza del Gran Sasso.
Ci sono degli importanti segnali di novità:
1) si è preso atto della reale situazione altamente problematica del sistema Gran Sasso a causa dell’interferenza dei Laboratori e delle gallerie autostradali sull’acquifero. Si sono evidenziate le mancanze che fino ad oggi hanno caratterizzato la gestione di questa problematica e i ritardi accumulati dai vari Enti. Si è concordato come le ipotesi progettuali presentate da INFN e Strada dei Parchi, ancora in fase di definizione, saranno accettate solo se avranno l’obiettivo della messa in sicurezza definitiva dell’acquifero, evitando qualsiasi idea di nuovo traforo.
2) Il Vicepresidente Lolli ha dichiarato la disponibilità di aprire la “Commissione per la gestione del rischio nel sistema idrico del Gran Sasso” alla partecipazione dei rappresentanti delle Associazioni, qualora vi fosse un’indicazione in tal senso del Consiglio regionale. È un cambio di rotta da tanto tempo atteso: si è concordato con il Presidente Pietrucci che nei prossimi giorni si procederà a individuare le modalità di partecipazione alla Commissione.
3) Il Vicepresidente Lolli ha anche evidenziato che, come le Associazioni chiedono da sempre, è stato richiesto all’INFN di presentare un cronoprogramma per l’eliminazione delle sostanze pericolose rispetto all’acquifero stoccate nei Laboratori e che è intenzione dalla Regione di non cedere assolutamente su questo punto indispensabile al fine di garantire il rispetto della normativa vigente che attualmente è largamente disattesa.
4) Il Presidente Pietrucci, nel ringraziare l’Osservatorio del lavoro svolto, ha affermato la piena disponibilità di tutta la Commissione a proseguire nel confronto avviato, facendosi garante del coinvolgimento delle Associazioni.
Per l’Osservatorio oggi sono stati fatti dei passi avanti importanti. Quanto sostenuto dalle Associazioni sembra essere finalmente patrimonio comune della principale Istituzione regionale.
Ovviamente attendiamo però gli atti concreti che daranno effettivamente la misura delle intenzioni della Regione Abruzzo con la quale l’Osservatorio ha sempre chiesto di collaborare. Ora è importante lavorare bene e farlo nel più breve tempo possibile perché 700.000 abruzzesi vogliono continuare a bere acqua in tutta sicurezza.

9.7.18

Domani l’Osservatorio Indipendente sull’Acqua del Gran Sasso incontra la Seconda Commissione del Consiglio Regionale d’Abruzzo

 
A distanza di tre mesi dalla richiesta, l’Osservatorio Indipendente sull’Acqua del Gran Sasso sarà ricevuto domani, martedì 10 luglio, dalla Commissione “Territorio, Ambiente e Infrastrutture” della Regione Abruzzo a L’Aquila per un confronto sulla situazione dell’acquifero del Gran Sasso.
“È una grandissima fatica seguire la vicenda dell’acquifero del Gran Sasso” commentano dall’Osservatorio. “Ovviamente siamo contenti che sia arrivato questo invito da parte della Commissione, ma certo anche in questo caso, come per la partecipazione alla “Commissione per la gestione del rischio nel sistema idrico del Gran Sasso”, non possiamo dire che il sistema abbia brillato nel garantire trasparenza e partecipazione. Ogni piccola conquista di quello che dovrebbe essere un diritto acquisito delle associazioni e un interesse della politica arriva solo dopo tanto tempo e continue insistenze”.
L’Osservatorio in ogni caso è molto interessato a confrontarsi con il Presidente e i componenti della Commissione “Territorio, Ambiente e Infrastrutture” della Regione Abruzzo per esporre le proprie preoccupazioni e le proprie proposte, ma soprattutto per acquisire informazioni e impegni sulla messa in sicurezza dell’acquifero da parte dei rappresentati regionali.
 
L’Osservatorio Indipendente sull’Acqua del Gran Sasso è costituito dalle associazioni WWF, Legambiente, Mountain Wilderness, ARCI, ProNatura, Cittadinanzattiva, Guardie Ambientali d’Italia, FIAB, CAI, Italia Nostra e FAI.

4.7.18

Rifiuti spiaggiati nell’Area Marina Protetta Torre del Cerrano: necessaria un’azione più incisiva da parte di tutti gli Enti a partire dalla prevenzione


Le forti mareggiate degli ultimi mesi hanno portato a più riprese sulla spiaggia dell’Area Marina Protetta Torre di Cerrano grandi quantità di rifiuti. Sul tratto di litorale ricompreso nel parco è arrivato, come del resto su tutta la costa teramana, materiale di ogni tipo: tronchi, rami e altro materiale legnoso, ma anche immondizia, tantissima plastica, materiale scartato durante le attività di pesca e acquacoltura e perfino rifiuti speciali e sanitari.
Correttamente le norme in vigore nel Parco impongono di non rimuovere il materiale legnoso che, come è scritto sui cartelli dell’Area Marina Protetta, deve essere considerato una “risorsa e non un rifiuto” perché svolge un’importante funzione ecologica sia contro l’erosione, sia come rifugio e fonte di nutrimento per larve e insetti alla base della catena alimentare dell’ecosistema dunale-litoraneo.
La quantità di materiale arrivato sulle spiagge nelle ultime settimane è stata enorme (sono stati ritrovati interi alberi sradicati sulla spiaggia). Questo ha posto un problema per quanto riguarda la pulizia della spiaggia che, in varie parti dell’Area Marina Protetta, deve essere fatta selettivamente senza l’utilizzo di mezzi meccanici per non danneggiare le dune o i nidi di fratino e non portare via anche il legno spiaggiato.
In alcune delle pulizie effettuate dopo le mareggiate della fine di maggio, ciò non è accaduto, contravvenendo a quanto stabilito dallo stesso Regolamento di Esecuzione e Organizzazione dell’Area Marina Protetta, in particolare dall’articolo 15 “Disciplina della pulizia degli arenili” dove si legge che nella zona B “sono consentite attività di pulizia delle spiagge esclusivamente a mano” e nella zona C1 la pulizia degli arenili deve essere effettuata “al di fuori delle concessioni balneari, rigorosamente a mano”.
È vero che l’incuria dei nostri corsi d’acqua (recentemente il WWF ha denunciato lo stato pietoso in cui versa il Fiume Vomano, costellato di decine e decine di discariche abusive, piccole e grandi) e i rilasci di acqua dagli sbarramenti posti lungo il Vomano fanno arrivare al mare ogni tipo di materiale che poi alla prima mareggiata viene depositato sulla spiaggia. Ma è altrettanto vero che proprio un’Area Marina Protetta e i Comuni che ne fanno parte devono essere i primi a tutelare il patrimonio naturale costiero rispettando quelle norme che si sono essi stessi dati. Non è possibile una simile mancanza di coordinamento per cui il Comune di Pineto fa effettuare la pulizia con mezzi meccanici e l’Area Marina Protetta non interviene per far rispettare il divieto.
Abbiamo appreso dalla stampa che l’Area Marina Protetta è intenzionata a promuovere un incontro al fine di trovare una soluzione a questo problema.
Apprezziamo l’iniziativa e riteniamo che il Parco e i comuni costieri non possono essere lasciati soli a gestire un’emergenza che in gran parte viene determinata al di fuori dell’area di loro competenza. Tale iniziativa, però, deve portare ad azioni concrete, mettendo tutti davanti alle proprie responsabilità almeno rispetto a quattro punti fondamentali:
  • controllo del territorio rispetto all’abbandono dei rifiuti lungo i corsi d’acqua;
  • bonifica delle discariche abusive e di quelle in stato di abbandono lungo i corsi d’acqua;
  • regolamentazione dei rilasci di acqua nei corsi d’acqua per impedire di trasformare il mare in una discarica;
  • rispetto delle regole per la pulizia della spiaggia.
L’Area Marina Protetta Torre di Cerrano e i Comuni di Pineto e Silvi possono farsi promotori di un incontro aperto al contributo di tutti per analizzare le cause del problema e trovare soluzioni concrete e durature. In questo modo si porranno le basi per evitare il ripetersi di quanto abbiamo visto nell’ultimo mese e negli anni passati.
Il WWF, che a livello nazionale porta avanti la campagna #plasticfree “Mare e spiagge senza plastica”, è pronto a dare il proprio contributo e a collaborare come ha sempre fatto anche partecipando e promuovendo le giornate di pulizia a mano del litorale fatte negli ultimi 20 anni sulla costa teramana.

2.7.18

L'Osservatorio si autoinvita alla riunione della Commissione regionale per l'emergenza idrica

Per la prima volta la Regione Abruzzo ha consentito all'Osservatorio di assistere ai lavori dell'ultima riunione della Commissione per l'emergenza idrica del Gran Sasso. Una delegazione dell'Osservatorio si è infatti "autoinvitata" alla riunione di lunedì 25 giugno.
Una riunione durata più di tre ore, densa di contenuti che ha delineato non solo le prospettive, ma anche i ritardi e la cronistoria di una vicenda che ha origine nella costruzione dei tunnel autostradali.
Ad un anno dai fatti del maggio 2017, la Regione Abruzzo, tramite il Vicepresidente Giovanni Lolli, finalmente ha convenuto di seguire quanto l'Osservatorio ha chiesto dall'inizio della vicenda, ripartendo di fatto dalla relazione del Commissario Balducci per chiarire come l’unico vero obiettivo perseguibile debba essere la messa in sicurezza dell’acquifero ed il rispetto delle diverse normative ambientali da parte di Strada dei Parchi e Laboratori.
I progetti presentati dall'INFN e dalla Strada dei Parchi, che ovviamente ci riserviamo di esaminare con attenzione, si inseriscono nella proposta di messa in sicurezza e dell’isolamento delle due realtà potenzialmente inquinanti.
Abbiamo avuto il piacere di ascoltare, durante l’incontro, molte delle proposte e richieste avanzate nell'ultimo anno dall’Osservatorio. Se si fosse consentito da subito la partecipazione alla Commissione, i tempi forse sarebbero stati più brevi.
In particolare riteniamo importante che si sia chiarito come ogni attività e qualsiasi esperimento dei Laboratori del Gran Sasso dovranno essere sottoposti a Valutazione di Incidenza Ambientale con lo scopo di accertare preventivamente se determinate attività possano avere incidenza significativa sul delicatissimo territorio che li ospita. I Laboratori non potranno più pensare di essere “padroni” di un territorio, ma dovranno, di volta in volta, essere sottoposto a giuste valutazioni relativamente ai possibili effetti dei loro esperimenti. Inoltre tale procedura consentirà alle associazioni di intervenire e controllare.
Nelle proposte presentate da Strada dei Parchi invece è emersa l'agghiacciante riproposizione della costruzione di un terzo tunnel quale elemento di sicurezza: proposta respinta dall'intera Commissione. In ogni caso l'Osservatorio continuerà nella sua opera di informazione alla cittadinanza e di studio dei progetti che entro settembre dovranno essere dettagliati e pronti per la fase del finanziamento.
Resta ancora da affrontare con maggiore coraggio il superamento della normativa Seveso per i Laboratori. Nello specifico lo stoccaggio delle sostanze pericolose all'interno dei Laboratori rappresenta ancora un rischio molto grave per la nostra acqua. Attendiamo di leggere il cronoprogramma che l'INFN dovrà presentare indicando il termine di alcuni esperimenti e l’allontanamento delle sostanze pericolose.
Cogliamo in modo positivo l'apertura di fatto non solo alle proposte delineate in questo anno, ma soprattutto alla partecipazione dell'Osservatorio alla Commissione augurandoci che alla prossima riunione la nostra presenza sia garantita da un invito formale secondo i principi della partecipazione e della trasparenza.

23.6.18

Disinteresse dei parlamentari abruzzesi al confronto sull’acqua del Gran Sasso


Ieri sera nessuno dei 21 parlamentari eletti in Abruzzo ha accettato di partecipare all’incontro sul problema della sicurezza dell’acquifero del Gran Sasso, organizzato dall’Osservatorio Indipendente sull’Acqua del Gran Sasso con il patrocinio dell’Amministrazione Provinciale di Teramo.
È sconcertante che nessuno dei parlamentari abbia ritenuto utile confrontarsi su un tema che riguarda la vita di 700.000 abruzzesi. Tutti i deputati e i senatori eletti in Abruzzo hanno almeno una parte del territorio della loro circoscrizione che utilizza l’acqua dal Gran Sasso: dovrebbe essere un loro interesse primario occuparsi di un bene così importante per l’ambiente, la salute dei cittadini e lo sviluppo di un’intera regione.
Ieri sera solo l’On. Valentina Corneli del Movimento 5 Stelle aveva annunciato la sua presenza, comunicando però a pochi minuti dall’inizio dell’incontro l’impossibilità a raggiungere Teramo a causa del blocco delle strade per il maltempo. Da parte degli altri parlamentari risposte di circostanza e in diversi casi neppure quelle.
La politica nazionale è stata una delle grandi assenti del dibattito dopo l’incidente dell’8/9 maggio 2017: i parlamentari eletti nella passata legislatura non hanno assunto nessun reale ruolo e sono mancate anche le più semplici iniziative. Se le assenze di ieri sera sono un segnale di quanto avverrà anche in questa legislatura, la situazione è veramente preoccupante.
I rappresentanti delle associazioni che formano l’Osservatorio e alcuni cittadini intervenuti hanno comunque tenuto una riunione nel corso della quale si è fatto il punto sulla situazione e si sono programmate prossime azioni.
Prima fra tutte la partecipazione di una delegazione alla riunione della “Commissione tecnica per la gestione del rischio nel sistema idrico del Gran Sasso” che si terrà lunedì 25 giugno a L’Aquila. In questa riunione, dopo più un anno dall’ultimo incidente dell’8/9 maggio, dovrebbero essere presentati i progetti di messa in sicurezza richiesti all’Istituto di Fisica Nucleare e alla Strada dei Parchi. Fino ad ora la Regione si è sempre rifiutata di far partecipare come uditori i rappresentanti dell’Osservatorio alle riunioni della Commissione, nonostante la partecipazione dovrebbe essere garantita a dei portatori di interesse riconosciuti dalla Costituzione.
Lunedì l’Osservatorio sarà fisicamente presente in Regione a L’Aquila con una propria delegazione e chiederà ancora una volta di poter partecipare non essendovi alcuna plausibile ragione a questo divieto di partecipazione.
Sarà inoltre di certo riproposto dall’Osservatorio il confronto con i parlamentari perché fermamente convinti della necessità di portare a livello nazionale la problematica della sicurezza dell’acquifero del Gran Sasso e perché non si ritiene che i massimi rappresentanti della collettività possano sottrarsi al confronto con i cittadini su un tema così importante.

L’Osservatorio Indipendente sull’Acqua del Gran Sasso è costituito dalle associazioni WWF, Legambiente, Mountain Wilderness, ARCI, ProNatura, Cittadinanzattiva, Guardie Ambientali d’Italia, FIAB, CAI, Italia Nostra e FAI.

20.6.18

L'Osservatorio invita i parlamentari abruzzesi al confronto sull'acqua

 
Venerdì 22 giugno, alle ore 18, presso al sala consiliare della Provincia in via G. Milli n. 2 l’Osservatorio Indipendente sull’Acqua del Gran Sasso ha invitato tutti i parlamentari eletti in Abruzzo il 4 marzo scorso a partecipare ad un confronto pubblico sulla situazione dell’acquifero del Gran Sasso, organizzato con il patrocinio dell’Amministrazione Provinciale di Teramo.
La politica nazionale, attraverso i deputati e i senatori eletti in Abruzzo, è stata una delle grandi assenti della vicenda dopo l’incidente dell’8/9 maggio 2017. I parlamentari eletti nella passata legislatura non hanno assunto nessun reale ruolo sulla vicenda e sono mancate anche le più semplici iniziative, se si esclude una interrogazione parlamentare presentata dall’allora deputato Sottanelli.
Con il rinnovo pressoché totale della compagine parlamentare eletta in Abruzzo, l’Osservatorio auspica una maggiore attenzione che possa tradursi in un confronto aperto sui territori e in una puntuale attività nel Parlamento e nel Governo.
Con l’attuale suddivisione dei collegi per la Camera e ancora di più per il Senato tutti i parlamentari eletti in Abruzzo hanno nel loro collegio almeno una parte di territorio che attinge acqua dall’acquifero del Gran Sasso.
“Vedremo se e quali dei nuovi parlamentari vorrà accettare il nostro invito a confrontarsi” dichiarano dall’Osservatorio Indipendente sull’Acqua del Gran Sasso. “Il tema della tutela dell’acquifero e di conseguenza il tema della difesa dell’ambiente e della salute umana dovrebbero interessare tutti, indipendente dagli schieramenti politici. Speriamo vivamente che i rappresentanti dell’Abruzzo in Parlamento vogliano cogliere questa occasione di confronto”.
Nel frattempo registriamo la scadenza dell’ultimatum dato dal Vicepresidente Lolli all’INFN e alla Strada dei Parchi SpA per presentare un progetto di messa in sicurezza dell’acquifero, come richiesto dal febbraio 2018, in vista della riunione del 25 giugno prossimo della “Commissione tecnica per la gestione del rischio nel sistema idrico del Gran Sasso”.
A distanza di più di un anno dall’ultimo incidente dell’8/9 maggio 2017 la Commissione istituita dalla Regione Abruzzo, alla quale la Regione stessa si è sempre rifiutata di far partecipare le Associazioni rappresentate nell’Osservatorio, non ha ancora fatto alcun passo avanti sulla sicurezza dell’acquifero a rischio per la presenza dei Laboratori dell’Istituto di Fisica Nucleare e per le gallerie autostradali.
Vedremo se questa volta succederà qualcosa.
 
L’Osservatorio Indipendente sull’Acqua del Gran Sasso è costituito dalle associazioni WWF, Legambiente, Mountain Wilderness, ARCI, ProNatura, Cittadinanzattiva, Guardie Ambientali d’Italia, FIAB, CAI, Italia Nostra e FAI.

18.6.18

O’Bellx ai Prati di Tivo: ma quando si discuterà di un rilancio basato sul turismo sostenibile?

O'Bellx sulle Alpi francesi
 
Il WWF interviene sul progetto di istallazione di dodici O’Bellx per la gestione dei rischi da valanga lungo la base della parete nord di Corno Piccolo.
Innanzitutto va osservato che, come tanti altri problemi del nostro territorio, anche quello derivante dal rischio valanghe non nasce oggi. Già nello studio eseguito nel 1974 dallo IASM (Istituto Assistenza allo Sviluppo del Mezzogiorno) sui futuri bacini sciistici abruzzesi l’area dove sorgono oggi gli impianti di Prati di Tivo veniva considerata ad alto rischio, rischio ampiamente sottovalutato dalla politica del tempo che ignorò le indicazioni dello studio. E purtroppo ci è voluta la tragedia di Rigopiano per capire che la conoscenza di rischi da valanga imporrebbe alle Amministrazioni serie azioni di prevenzione.
Entrando nel merito dell’intervento segnaliamo che dalla documentazione progettuale messa a disposizione del WWF a seguito di accesso agli atti si evidenzia una certa superficialità nell’esaminare l’impatto ambientale su ecosistemi particolarmente fragili.
Il principale problema riscontrato è che non risulta alcuna richiesta di Valutazione di Incidenza Ambientale (VINCA) che invece è obbligatoria dato che l’intervento ricade in siti di interesse comunitario e (SIC) e zone di protezione speciale (ZPS) della Rete Natura2000 all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.
La nota della Provincia n. 65/2018 del 2.01.2018 con la quale si richiedono ai vari Enti pareri, autorizzazioni e nullaosta non fa riferimento specifico, come dovrebbe, alla VINCA che spetterebbe al Comune di Pietracamela.
Se effettivamente non si è proceduto alla VINCA è evidente che nessuna valutazione del progetto potrà esservi prima di questo fondamentale passaggio.
È innegabile che gli O’Bellx producano un impatto in uno dei paesaggi maggiormente caratteristici dell’intera montagna, la parete nord di Corno Piccolo, soprattutto per il loro supporto permanente formati da sostegni metallici di circa 3,90 metri di altezza, particolarmente visibili in assenza di neve. Tale problema potrebbe essere superato dalla prescrizione di rimozione anche dell’intero supporto e non soltanto della “campana” (come è attualmente previsto): prescrizione che tecnicamente può essere realizzata, ma a cui sembra che nessun Ente chiamato ad autorizzare abbia pensato.
Si deve poi tener conto anche delle problematiche legate alla gestione di tali interventi una volta realizzati. Viste le esperienze degli ultimi decenni con continue crisi economiche dei vari gestori che hanno richiesto, come ora, impegni economici del pubblico, quali garanzie ci sono che si avrà la forza economica di manutenere e rimuovere ogni anno tali istallazioni?
Ovviamente non si può sottovalutare il rischio “valanghe” e va anche detto che il sistema ipotizzato è già applicato in molte altre stazioni sciistiche, ma la questione dell’istallazione di sistemi di protezione valanghe nella gestione dei Prati di Tivo pone al centro della discussione lo sviluppo sostenibile della montagna che va oltre il solo aspetto ambientale.
Negli ultimi anni sulla stazione sciistica di Prati di Tivo sono stati investiti per gli impianti, con diverse azioni, quasi 16 milioni di euro. È giunto il momento che il Comune di Pietracamela, la Provincia di Teramo e anche i privati coinvolti si rendano conto che non si più rincorrere lo sviluppo legato al turismo dello sci alpino: sarebbe una scelta perdente sia dal punto di vista economico che da quello ambientale.
La questione dei Prati di Tivo, quindi, necessita una lettura attenta di ciò che deve essere il futuro della stazione turistica. Nessun nuovo investimento dovrebbe essere pensato senza una riflessione ponderata sul futuro della stazione per evitare sperpero di denaro pubblico. È assurdo veder ripianare con soldi pubblici debiti di un’attività che di fatto viene svolta da privati.
Come WWF da anni sosteniamo che è arrivato il momento di definire il futuro di una serie di stazioni sciistiche regionali che, a causa dei cambiamenti climatici e della maggiore attrattività degli impianti sulle Alpi, risultano essere ormai fuori mercato, come dimostrano le continue chiusure negative dei bilanci delle società di gestione nonostante i cospicui contributi pubblici. Lo sci alpino non sarà l’elemento su cui basare lo sviluppo di questi territori che dovrebbero diversificare l’offerta puntando soprattutto sul turismo verde.
L’intervento oggi in discussione, peraltro, rappresenta solo il primo stralcio di un progetto più ampio che ne prevede anche un secondo dal titolo “Piano delle misure e degli apprestamenti per la sicurezza delle piste da sci, propedeutico alla messa in sicurezza delle attrezzature”. Sarebbe necessario capire oggi di quali interventi si tratta e se si prevedono altri impatti sul territorio.
La Provincia di Teramo dovrebbe spiegare chiaramente qual è il reale piano per i Prati di Tivo, consentendo così di valutare gli impatti ambientali complessivi sull’area.
Alla Provincia proponiamo di farsi promotrice di uno o più incontri pubblici alla presenza di tutti i portatori di interessi (particolari e generali) per illustrare attentamente il Piano e raccogliere indicazioni. Ciò, ad esempio, visto che la messa in sicurezza dalle valanghe di un comprensorio sciistico di dimensioni contenute come i Prati di Tivo può avvenire con diversi sistemi (dall’uso di elicotteri al coinvolgimento di operatori specializzati), permetterebbe anche nel caso specifico di scegliere il sistema più valido ed efficace.